Quando mi volto indietro e chiudo gli occhi, rivedo i volti di tutti gli amici: Magister, DD, Cicu, Barza…

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Ma lo sguardo che mi colpisce di più è quello di Stefania.
Lei è alla partenza, e non fa niente se un infortunio le sbarri la strada per la sua prima maratona.

Non so cosa voglia dirmi esattamente, ma guardandola leggo la sofferenza di chi non può partecipare.
C’è di più, però, e lo capisco dopo un po’: vuole che porti a termine il mio compito.
Io non dovevo essere qui, non dovevo fare il pace maker.
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La maratona di Roma, per me, significava avere una chance di migliorare il mio tempo sui 42 chilometri e rotti, ma a volte, nella corsa come nella vita, le cose non vanno come ti eri aspettato.

DDR

Il punto è facile da intuire: per quanto agonisti, non siamo professionisti, e dobbiamo fare i conti, materiali e non, con gli impegni lavorativi.
C’è sempre un periodo in cui dai di più, e quando tutte le energie sono assorbite dall’ufficio, tempo libero compreso, devi essere flessibile e rivedere l’obiettivo.
E poi Roma è la Città Eterna, non la città perfetta per correre la maratona tutta d’un fiato: il percorso è pieno di saliscendi e sampietrini, gli scorci che il percorso offre sono incantevoli.

Roma

Insomma: Roma va corsa con calma, assaporata, vissuta a testa alta. Meglio allora trasformarla in allenamento, in un lungo utile in vista della maratona di Milano.

La certezza che sia l’intuizione giusta arriva una sera, quando le Sare (al secolo la Barza e la Cicu, protagoniste insieme a Stefania e Diana dei 100trainingdays, l’iniziativa che ha raccontato la loro preparazione per la maratona di Roma) mi dicono a quanto vorrebbero correre nella capitale: esattamente al mio ritmo.

Nessuno mi ha messo una spada sulla testa, ma mi sento già investito del ruolo di pace maker.
Il pace maker è quello che di solito nelle maratona vedi correre con i palloncini: inizialmente lo scambi per un venditore di palloncini (ma va?) ma poi capisci che in realtà è un riferimento per gli altri partecipanti.
Il mio obiettivo: far chiudere la maratona alle Sare in meno di quattro ore.
Già, ma visto che Diana non ha questa necessità e vuole fare la maratona con calma, come faccio a essere pace maker anche per lei?
Non mi posso sdoppiare.

L’aiuto è inaspettato, perché nell’equazione entra un altro elemento che non altera l’equilibrio ma che anzi lo migliora. (di solito li sposta).
E’ un elemento che arriva da lontano: Magister, che su Run4Food cura la rubrica che tutti conoscete. (Corrida Para Comida).

Lui ha deciso di correre con Diana, e per confermare le prerogative del suo personaggio vuole, insieme a Giulia, fare un’entrata scenica. Nessuno, o quasi nessuno sa che si trova in Italia, quindi anziché pensare alla gara e al mio ruolo mi devo anche re-inventare PR.

L’obiettivo: radunare tutti i runner, per consentire l’ingresso tra ali di folla in festa. Succede tutto alla vigilia della maratona, e non fa niente che mezza tavolata stia pensando all’appuntamento in programma di lì a poche ore. Robi arriva, e i paparazzi scattano fotografie, i presenti sono commossi, qualcuno ride, qualcuno piange.

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Ma lo start è troppo vicino per fare le ore piccole.
Dopo un sonno tormentato ci ritroviamo alla partenza: la corsa è perfetta, nonostante il vento freddo e la pioggia condizionino i primi chilometri. Mantenere il ritmo prefissato è semplice; più difficile è aggredire i ristori, in cui mi improvviso sherpa per le Sare.
A ogni chilometro che passa, capisco che ce la faremo e che non siamo soli: Giulia è ovunque, pronta a incitare, sostenere, cullare la nostra andatura. Tutto sembra andare per il meglio, e per il meglio andrebbe se Silvia, un’altra amica della comitiva, non fosse costretta a fermarsi causa infortunio.
Duro colpo per lei, duro colpo per noi.
Ora zoppica, ma tornerà a volare verso altri traguardi.

Al trentesimo chilometro, nonostante le raccomandazioni contrarie, la Barza aumenta il ritmo e con una magnifica falcata se ne va.
Io rimango con la Cicu mentre la Barza scompare all’orizzonte e chiude in meno di quattro ore.
Io e la Cicu ci andiamo vicini: quattro ore e tre minuti.
Invidiabile sprint finale sul traguardo, volto sorridente e braccia al cielo.

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E’ sempre particolare mettersi a disposizione per gli altri; nella corsa, solo così puoi capire quanto si tratti di un magnifico momento di aggregazione che va oltre all’impegno individuale.

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Cosa c’è di meglio che correre la vita con qualcuno al proprio fianco?

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