La preparazione e la Storia di Luca prosegue: #Run-collo

Giussano e Milano distano trentacinque chilometri. Se ti va bene, in auto impieghi 25 minuti. Se ti va male – cioè, se la sveglia non suona – ci metti un’ora e quaranta per andare in ufficio. Venerdì la sveglia è suonata, e pur mettendoci poco ero già sveglio alle 6.10. Quando ti alzi così presto al mattino, la giornata inevitabilmente si allunga (true), non soltanto in termini di ore ma di ricarico sui pensieri e sulle giunture. Quando torni a casa alle tre e mezza e ti cambi per uscire a corricchiare perché la tua tabella ti dice che quel giorno devi fare così, allora capisci che forse qualcosa dentro di te è scattato.

Ti sarebbe piaciuto, magari, che fosse scattato pure lo Sportwatch della Nike, che invece ha trasformato i chilometri in miglia mandandomi in menata per i primi cinquecento metri, prima di capire che non stavo viaggiando a nove al chilometro ma a nove al miglio. Col cuore giunto tra incisivi e pre-molari, cercavo allora di riacquistare respirazione e falcata, sebbene sia abbastanza da ridere parlare di falcata quando devi passeggiare velocemente a 7 minuti al chilometro. La piazza del mercato di Giussano è un’area di cemento che a qualcuno con immaginazione fervida potrebbe ricordare l’anello di una pista di atletica. In effetti misura 350 metri, ma al posto di zone di cambio e traguardi ci sono i numeri delle aree degli ambulanti.
E’ venerdì, devo fare sette chilometri, devo capire come funziona il ritmo, devo dunque trovare un posto dove ripercorrere sempre gli stessi passi per ragionare sulle reazioni del fisico. Peccato che venerdì sia il giorno del mercato, e la piazza puzzi di pesce andato a male. Guardo lo Sportwatch che mi restituisce numeri nei quali mi perdo tra i fumi dello spada marcio, e provo a tenere botta mentre il cuore è risceso non tanto al suo posto ma nell’esofago.

Dopo circa un miglio in cui cerco come Rubbia di fare i conti tra proporzione miglio-chilometro, speed e pace, pace e bene e benebenebene, salta fuori un Paride immaginario che tra i fumi del tonno di quindici giorni prima mi spara una freccia invisibile al tallone. Visti i fumi, però, mi prende al polpaccio, e sento una puntura che mi tiene compagnia come una vecchia amica da cullare. Cerco di capire a cosa sia dovuto il dolore (movimenti insoliti? auto troppo piccola? calze contenitive del dottor gibaud?) ma non ci arrivo. Incurante, passo sopra al dolore fin quando mi sale al ginocchio, e lì per la prima volta sono avvolto alla volta del quinto chilometro: il dolore mi penalizza, ma soprattutto mi fa incazzare, perché quindici chili fa correvo a 5.40 al chilometro e non avevo problemi. Oggi corro a 7 e mi dà fastidio il ginocchio. Dando la colpa alla ruggine, continuo a dribblare broccoli ammuffiti, bambini con le bici, nonne che mi guardano stupite (figa, ma come fa quello lì cicciotto a correre vestito da giocatore del borussia dortmund? – per l’occasione, sfoggio una giacchina del Decathlon giallo fluo).

Siamo arrivate al quarto miglio, ed è tempo di tornare a casa. Cerco di allungare sull’ultimo miglio ma il sosia di Roy Jackson mi si affianca e ride come Lila e io allora rido di più quindi diventa una gara a chi ride della situazione. Uno con la racchetta vicino al circolo mi incita, dicendo di non mollare. Poi capisco che ce l’ha con la tipa che non riesce a mettere una Punto in uno spazio dove io parcheggerei un MotorHome della MotoGP. Tocco i sette chilometri. Posso fermarmi. Il ginocchio smette di farmi male. Arrivo a casa. Ma non con fare sicuro. Non sto camminando dritto. Mi rendo conto che a volte la vista si offusca, poi in realtà è la nebbia. Run-Collo, ma non mollo.

Arrivederci alla Terza Puntata. 😉

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