A volte alcune storie di allenamento si possono scrivere anche quando non ti alleni.

Oggi avrei dovuto fare altri sette chilometri alla consueta blanda andatura da neofita. Non li ho fatti. Inutile elencarvi i motivi di calendario e impegni che mi hanno portato a questa decisione (correre domani perché poi il giorno successivo non avrei potuto, con una ricaduta sull’intera tabella settimanale). La cosa interessante è che sono dispiaciuto di non avere corso. Probabilmente tutto si riconduce a quella molla che penso essere scattata qualche giorno fa. Eppure, nonostante razionalmente io sia convinto che fosse la migliore cosa da fare, non sono contento di avere saltato.

Saltare un allenamento genera una sorta di microscopico lutto, un rimpianto di non aver fatto qualcosa che era a portata di mano. E’ come quando ti droghi (almeno credo): effetto benefico ed euforia di avere scansato la fatica per un po’, ma terribile presa di coscienza che in realtà l’effetto benefico è effimero, perché domani si corre. Oddio, sto forse impazzendo?

Naturalmente la situazione può essere recuperata in breve tempo, o addirittura potrei arrivare a casa qualche minuto prima e correre saltando il derby. Ma sono fatti estremi che probabilmente non mi raggiungeranno mai. Penso che la vita sia anche questo: essere precisi, sì, ma anche flessibili, il giusto. Eppure mi sono girate le balle tutto il giorno, vedendo i cristiani intorno a casa mia e intorno alla redazione intenti a corricchiare con le loro casacche variopinte. Ho augurato a tutti uno strappo, proprio mentre ero dietro il vetrone antisfondamento della redazione. Tapasciate, allenamenti, domeniche libere.
Sparatevi.

Oggi avrei voluto un po’ di Run-Collo. Ma anche se ho saltato, non mollo.

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