Mi son presa ferragosto… O forse è stato ferragosto ad aver preso me.

Ero in Calabria. Sono “scesa giù” dai parenti più o meno qualche kg fa, mi sono alzata da tavola ieri, e oggi sono rientrata in ufficio.

Era il 13 Agosto, la Palmisano vinceva il bellissimo bronzo nella 20km di marcia, io ero appena arrivata a Reggio Calabria dopo quasi 13 ore di viaggio, e con le gambe sotto al tavolo e la lasagna di mia madre nel piatto, mia nonna mi invitava a bere il primo bicchiere di vino rosso, se non per me, perlomeno per amore del nonno. Difficile dire di NO.

E cosí per i giorni a seguire. Ma oggi…oggi sono rientrata a lavoro, e felice come Raikkonen sul podio al GP di Montecarlo, ho preso la metropolitana.

In una mano il libro di Diego De Silva, nell’altra la borsa del pranzo con 100g di bresaola e della frutta… perché “se hai fame, mangia un frutto”, dicono (a Milano). E pensare che fino a ieri friggevo anche l’aria e i peperoni ripieni li consideravo un contorno.

Per farmi forza, piú per i 100g di bresaola che per il rientro in ufficio, mi do una pacca sulla spalla, e con l’entusiasmo malinconico ma travolgente stile Margherita Buy in un film drammatico, ripenso ai giorni appena trascorsi in Calabria, con l’olio buono, le granite e la mia mitica nonna. Perché la nonna è la nonna, e di storie da raccontare e saggezza da vendere ne ha a non finire.

Così, in quei giorni, succede che vado a correre. Devo fare 2h e 30minuti. Ma succede che non riesco a finire l’allenamento. E nella mia testa inizio a leggere “non ce la faccio”. Non è da me. Nello sport non mi son mai detta “non ce la faccio”. Ma succede.

Succede che quel giorno chiamo mio padre e mi faccio venire a prendere, non so dove, vicino al lungomare, dopo 2h e 10 di corsa. Ci rimango male. Molto male. Più di quella volta che mi dissero “Ti richiamo dopo!”, ma io capì “Ti Amo, topo J”.

Succede quindi che rientro a casa, quel giorno, e vedo mia nonna scrivere. Lei scrive su un diario. Scrive su un’agenda. Scrive su pezzi carta.

Con in mano “una lapis” e una gomma semi consumata, lei scrive. Scrive pensieri, proverbi, barzellette, storie, preghiere. In dialetto. E mi chiede di leggerle e correggerle. Ma io non le correggo mai, perché sono belle così, grammaticalmente scorrette e scritte da lei.

Mia nonna ha 86 anni, ha le mani ormai chiuse come pugni per una di quelle cose di cui noi possiamo vederne i segni. Ha solo la terza elementare, è orfana da quando è piccola e nella sua vita ha fatto tanti lavori. Non può più lavorare a uncinetto, la sua passione, ma scrive. Non so come fa. Ma scrive.

Ogni mattina si fa il segno della croce, ringrazia il Signore per quello che ha, e poi scrive. Veramente, non so come fa. Ancora stupita la guardo, e mentre mi chiede “me le correggi?”, succede che capisco che non può esistere il “non ce la faccio”, perché come scrive lei in una delle pagine dei suoi diari, nella vita siamo abituati “attenere” duro. E quindi, anche io “attengo” duro…e se mia nonna scrive… allora io corro.

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