Potrà sembrare banale ma cercare di rivivere le emozioni che un weekend come quello del Challenge Rimini sa regalare e condividerle nero su bianco è quasi impossibile.

Già a parole risulterebbe difficile rendere l’idea di cosa ti sia passato nella testa, e nelle gambe, in quelle 5 ore e 17 minuti di gara, tralasciando la tensione pre gara e quel senso di euforia che fa capolino una volta smaltita la fatica. Ma almeno gli  occhi “brillanti” di endorfine verrebbero in aiuto…

Con lo sguardo fisso sul foglio bianco provo a rituffarmi all’ingresso della zona cambio, il vero momento in cui realizzi di essere “arrivato”. Sei li, fianco a fianco con amici, perfetti sconosciuti, professionisti che come te hanno intrapreso un personale viaggio per farsi trovare pronti all’appuntamento. Ognuno con i propri rituali, ognuno a sbirciare quelli del vicino per essere sicuro di non aver dimenticato nulla o per posizionare il casco nella maniera più indicata per poterlo poi indossare rapidamente.

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Tutto pronto
Domenico
Domenico e gli ultimi preparativi…

Nel consegnare la borsa al deposito i valori si appiattiscono e i tempi di un PRO e di un amatore sono li, non si può dire lo stesso invece del tempo necessario a infilarsi la muta!

La giornata è davvero splendida e una volta archiviati zona cambio e deposito borse mi trovo catapultato in quello che forse è il momento più emozionante della gara: la partenza dalla spiaggia. In spiaggia siamo tutti uguali, cambia il colore della cuffia, cambia il modo che ognuno di noi ha di far emergere la tensione, tensione positiva, ma poi quando inizia il countdown della nostra batteria, la musica ci fa salire i battiti e lo speaker ci da il via, siamo tutti uguali!

Durante la frazione di nuoto hai tempo di pensare, pensare a qualsiasi cosa, ma quando finisce l’idillio non ricordi più niente. Almeno nel mio caso. Ricordo solo di essermi ripetuto più volte che stavo nuotando bene, di non aver preso botte, di aver seguito quella linea immaginaria che congiunge una boa all’altra. Ricordo cuffie di tutti i colori, dapprima solo bianche, quelle della mia batteria, poi man mano che passa il tempo verdi, azzurre, rosa. Ricordo infine di aver guardato la spiaggia e aver visto il gonfiabile giallo sgonfio sulla spiaggia e di aver pensato a come avrei fatto a scavalcarlo. Ma non ricordo nulla dell’uscita dall’acqua! Il gonfiabile c’era? Era effettivamente sgonfio? Ci sono passato sopra o lo avevano già tolto?

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Dall’acqua alla bici

Passato l’affanno iniziale corro dando forti tallonate sul tappetino azzurro. La mia bici è tra le prime rispetto all’ingresso della zona cambio. La individuo e mi ricompongo rapidamente. Sto di nuovo battendo i talloni ma con bici al seguito, la Deggi urla il mio nome, salgo in sella, rompo gli elastici e parto.

Sono in bici e ho riacceso il cervello. Devo gestirmi perché la schiena non è più quella di un 29enne e un anno fa al km 30 ero fermo a bordo strada (ripartirò e sarà una esperienza davvero utile). Passato il tratto iniziale con vento contrario sul lungomare mi metto al mio passo. Ho in mente queste parole del mitico Andrea:

In bici nella prima ora sono tutti forti,
nella seconda qualcuno incomincia ad accusare,
nella terza molti saltano per aria.

Passa lo strappo di Coriano, passa la deviazione per frana (sembra esattamente quella dello scorso anno, sarà che siamo in Italia?) e mi avvio verso il km 30. Tra il 25 e il 30 accuso fastidio alla schiena, cerco di scacciare i fantasmi, cambio leggermente la posizione in sella e mi trovo ad attaccare le due successive salite con una brillantezza inaspettata. Incrocio Giulio, Molinari, e lo incito a squarciagola. Sorpasso missili da crono, li vedo arrancare, metto dentro un rapporto più duro e mi alzo suo pedali. Ricordo di aver pensato a Pantani per una frazione di secondo.

Se esiste lo stato di transagonistica ci sono dentro appieno: non sento il minimo fastidio alle gambe, pedalo falsipiani in salita in costante corsia di sorpasso, nelle discese tecniche dimentico di avere una bici dotata di freni e vado giù “dritto”. Incrocio il mio compagno di avventure Gabri, anche detto il PRO perché è una bestia, il mio punto di riferimento. C’è il cartello di un paesino di cui non ricordo il nome, mi segno il tempo, giro di boa e una volta sotto lo stesso cartello prendo l’intertempo: 7 minuti tondi. Sono in vantaggio (il PRO visto che è più “esperto” è partito 10 minuti prima di me)! Giù in discesa come se non ci fosse una terza frazione. Siamo ancora nella seconda ora però…

25km di discesa e falsopiano volano, 25km di divertimento senza precedenti, 25km alla fine dei quali le gambe inizio a strillare, e con loro anche la schiena. Arriva in aiuto l’ultimo strappetto in salita, una delle discese “senza freni” da ripetere questa volta in senso contrario. Pedalo agile e torno a respirare. Mi aspettano gli ultimi 20km, li percorro praticamente in una bolla, sono solo, anche in lontananza non vedo altri triatleti, e c’è vento. Prima di arrivare sul lungomare ho ancora briciole di transagonistica e mi permetto di fare il simpatico con un ragazzo con la mia stessa bici (non se ne vedono molte dello stesso colore).

Lo affianco: “Bella bici oh!”.
Lui: “Ma sai che anche la tua non è male!”
Lo passo.
Lui: “Oh guarda però che se vai più forte di me mi piace un po’ meno…”

Risata e via sul lungomare questa volta col vento a favore. Posso “sfrecciare” letteralmente sdraiato sul manubrio mantenendo però una pedalata agile. Potrei andare più forte ma inizio a pensare che mi aspetta una terza frazione. Giro a sinistra, tra due ali di folla, realizzo di essere arrivato, di essere andato “forte”, di essere stato più duro della mia schiena. Un groppo in gola, come una sensazione di liberazione, mi aspetta solo la mia frazione!

Di nuovo in zona cambio, di nuovo rapido. Metto la visierina, mai usata prima, solo per darmi un tono nelle foto. La lancio tra il pubblico dopo il primo km perché mi da fastidio. Le foto da quel momento in poi verranno male come da copione. Corro veloce, non sento le gambe. Ricordo l’ultimo combinato sul Naviglio quando dopo 35’ allo stesso ritmo tornai a casa abbastanza cotto. Tra il km 9 e il 10 rallento. A rallentare è più che altro la testa, vogliamo prendercela con più comodo, abbiamo sete e per mandare giù acqua e Coca Cola ho bisogno di rallentare. Terzo braccialetto, ultimo ristoro, affianco Daniele, grande compagno di squadra. Negli ultimi due km corsi insieme organizziamo l’arrivo in coppia e ci domandiamo come facciano i nostri compagni di avventura a gareggiare sulla distanza doppia. Ho tempo di incrociare anche Domenico, compagno di università prima, compagno di stanza ora. Anche lui sta correndo quindi il grosso è fatto.

Arrivano i 100m finali, l’immancabile accelerazione, il tappeto rosso, le braccia alzate, gli abbracci.

E’ tutto finito. In quel momento non riesci a realizzare che il viaggio si sia concluso e che dal giorno successivo avrai bisogno di una nuova meta da rincorrere, ma la realtà è che è tutto finito!

Io e Gabri
Un’altra medaglia per il “giovane” duo!
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Gente che corre forte
RRCM
W il TriRoad!

Onore a Gabri per la prestazione maiuscola e a tutti i miei compagni di squadra per aver dato il loro meglio. Per non parlare del PB della Deggi…

Un triatleta in cerca di una nuova meta.





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