Quando mi hanno chiesto di raccontare la mia Maratona di Roma, la prima domanda che mi sono fatta è stata:
“Cosa posso raccontare di bello… il mio ritiro al 32° km per infortunio? No, grazie”.Ho sempre pensato che mai potesse capitare a me. Io ho la mia formula segreta che funziona sempre: “3D =R”.
Determinazione, Dedizione, Disciplina = Risultato.
Quelli come noi arrivano sempre puntuali all’appuntamento con l’obiettivo, non si improvvisano, mi dicevo.

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E invece Roma era lì, pronta a ricordarmi che anche io sono “umana”, con i miei limiti, i miei muscoli tirati fino al limite, e le mie ginocchia provate da anni di sport.
Ma anche che tutto questo può andare in secondo piano se corri in una città meravigliosa con la tua “Famiglia”, e ti accorgi che dopo quasi una settimana, di quel giorno, porti con te solo ricordi bellissimi.

La preparazione era stata perfetta.
Gli immancabili 4 mesi “in tabella” pre maratona, scivolati via tra fatica, soddisfazioni, allenamenti. I giovedì in pista, domeniche dedicate ai “lunghi”, riflessioni condivise con i soliti “Amici di asfalto”, qualcuno alla sua prima esperienza, da rinfrancare e spingere.
Insomma, il solito percorso che porta tutti noi alla partenza di quei 42km e 195 metri.

Ma a poche settimane dal “Giorno”, quando tutto procede alla perfezione e il serbatoio esplode di benzina, qualcosa si rompe.
Il polpaccio fa male, e so che non è una contrattura….
Non voglio mollare, ormai ci siamo, stringo i denti e penso che partirò comunque, pazienza se poi questo mi costerà un lungo stop.
Di quello che sarà dopo il 23/3 non mi importa granchè!
Ho lavorato duro, e il traguardo è lì, ad un passo, non posso mancarlo.
Non ne parlo.
Solo Tatiana (mia sorella con e senza scarpe da running) sa che temo di non chiuderla, cosciente della gravità del mio infortunio.
Ne parliamo fino a tarda notte, la sera prima della gara, lei a casa, io dalla mia stanza di albergo. Sa che non riuscirà a convincermi a non partire l’indomani, e così cerca di darmi la carica, di rasserenarmi.

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Ceno con la mia “Famiglia”, arrivano Roby e Giulia a sorpresa dal Brasile, un raggio di sole! Un’emozione fortissima per tutti.
La loro presenza mi dà carica, mi fa pensare che la stella è quella giusta, andrà tutto bene, come sempre.
La mattina mi sento carica, la testa c’è, le gambe anche, le persone che amo sono tutte con me.
In un attimo siamo in griglia.
Lo sparo.

27km fianco a fianco con Davide e la sua serenità, le due Sare, cariche a molla e felici di correre la loro “prima”, ripenso alla mia Maratona di Torino e mi rivedo in loro, bellissimo!
Ci diamo forza, uno accanto all’altro, serrati. Piove, fa freddo, il tracciato è duro, ma stiamo tutti bene, i tempi che abbiamo nel mirino sono diversi, ma nessuno vuole lasciare gli altri, almeno fino a quando è possibile.

Al 28°km qualcosa scatta, so che la gamba non ha una lunga autonomia, ma sto bene, decido di partire, di lasciare gli altri, prima arrivo al traguardo, meglio è….
I successivi 4km volano via, sono 1 minuto sotto i passaggi che Greg, amorevole come al solito, mi ha girato il giorno prima.
(Per quei pochi che non conoscono Greg = TRAINING4RUN)

Ma improvvisamente la gamba cede, non è il polpaccio, ma inaspettatamente il ginocchio.
Rallento, faccio qualche passo, riprovo per 500 metri, ma ad ogni falcata il dolore è lancinante.
Faccio quello che ho visto fare tante volte in gara ad altri: mi siedo a bordo strada ed inzio a piangere, per il dolore si, ma soprattutto per la delusione, la mia, e quella di chi ha creduto in me.

Uno ad uno passano i miei Amici, non dimenticherò mai i loro sguardi, increduli e di dolore, Roby si ferma, ha capito subito che per me finisce lì, si assicura che si occupino di me, mi bacia, mi abbraccia, e torna sulla strada.
Il Servizio d’Ordine mi raccoglie, e da qui inizia un lungo iter durato 2 ore per tornare a “casa”.

Continuo a ripetere a tutti che voglio solo recuperarare la mia sacca e abbracciare i miei Amici, che so essere preoccupati.
Quando finalmente sono sulle spalle di Gabry, sfinita, lungo la strada che ci riporta in albergo, la prima domanda è per gli altri, il loro risultato, se sono arrivati bene, se sono felici.

Quello che accade dopo è l’essenza di ciò che significa essere un Red Snakes: fiumi di telefonate e messaggi, tutti stretti insieme, pronti a mettere in secondo piano il risultato per rimanere vicini.

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Grazie a tutti di cuore per l’onda di affetto che, ancora una volta, mi ha travolto, e per avermi ricordato una volta di più che per noi la MARATONA E’ UN GIOCO DI SQUADRA!

Amici 18 ottobre 2015 #save the date

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