Milano Marathon 2015 a mente fredda… oppure no?

Deejay Enervit Training Center

Sono passati ormai dei giorni dalla Maratona di Milano, le gambe sono (quasi) a posto grazie ad un bel massaggio e ad un defaticante.
Pensi e ripensi di analizzare il risultato, guardi tempi, passaggi, passo al km…
E poi ci metti un bel “ma sticazzi”, hai fatto una maratona, l’hai fatta con almeno 25 gradi e sotto il sole a picco per tutto il tempo, l’hai fatta superando tutta una serie di ostacoli prima e durante, goditela e basta!!!

Ma facciamo un passo indietro, la giornata non è partita benissimo, subito prima di depositare la sacca il mio iPhone si esibisce in un triplo carpiato sull’asfalto, risultato: massimo dei voti e display crepato (si, ne ho tirate tante)

Ho fatto un riscaldamento molto blando, una decina di minuti di corsa lenta tra i vari punti del village per salutare gli amici che corrono con TomTom Sport, i compagni nel Nike Running Club, i pacer, i ragazzi di Runners Italia, sapere che tanti correranno o che saranno a bordo strada a tifare è il bello della corsa come fenomeno “social”.

Mi sono messo in griglia abbastanza presto, non volevo stare troppo lontano dai palloncini delle 3h30 per non doverli rincorrere troppo, la tattica di gara sarebbe semplice, 30km con loro e poi a sensazione.
Tattica bruciata ancor prima della partenza, appena liberate le gabbie si può sfruttare anche la parte sinistra del viale che è quasi deserta, mi trovo quindi decisamente più avanti di quanto dovrei essere!

Si parte e non penso nemmeno per sbaglio ad aspettare il “mio gruppo”, mi dico vado tranquillo, quando mi raggiungono mi accodo.
Il percorso è scorrevole, dicono, l’hanno disegnato insieme a Gebreselasie, dicono, la prima parte in effetti è molto fluida, bastioni di porta Venezia, Repubblica, si costeggiano i grattacieli di Garibaldi, stazione Centrale, per la maggior parte viali larghi, trovare il passo è semplice, rischiare di tenerne uno troppo alto quasi una certezza.

Si torna sui bastioni (up&down per la seconda volta) decido di prendere il passo giusto, mi devo “annoiare” per almeno 25km e guardarmi intorno, poi comincerà la maratona, c’è già tanta gente, staffettisti in zona partenza ma anche amici e sono tutti splendidamente chiassosi e calorosi.

Il giro del Duomo di Milano è spettacolare e nel momento in cui la piazza si apre e appare la facciata è un tuffo al cuore, siamo nel tratto più turistico del percorso, si prosegue infatti costeggiando prima il Teatro della Scala e poi Expo Gate, piazza Cadorna e la Triennale, la scenografia è bellissima, il tifo caloroso e ci sono tanti amici lungo il percorso che mi chiamano per nome, correre così per Milano è un piacere assoluto che nemmeno i soliti polemici riescono a spegnere.

Suissegas Milanocity Marathon

Le gambe girano bene e il primo cambio della staffetta è dietro l’angolo, sono ancora davanti ai pacer di riferimento dopo più di 11km, forse ho esagerato ma mi sento bene, il tifo della zona cambio è esaltante per il morale ma devastante per le gambe, ti carica e ti fa andare più forte ma la pagherai in seguito, in comode rate.

Poco prima del 20km mi raggiungono i pacer, stanno andando molto veloci ora quindi decido di lasciarli andare per poi recuperare dopo, a San Siro c’è il secondo cambio della staffetta, ultimo momento di grande tifo prima di una decina di km nel nulla.

Al 30esimo sono di nuovo appiccicato ai pacer, hanno recuperato il gap ed ora si sono messi ad un’andatura più civile, dispensano consigli al gruppetto che li segue sul come gestire il resto della gara. Con loro passo all’ultima zona cambio, anche qui tante persone che conosco e che tifano, salutano, incoraggiano, fotografano, Giorgione addirittura si fa un paio di centinaia di metri accanto a me ridendo e scherzando, tutto stempera un po’ la tensione della gara, allevia la fatica dei km, rinfresca un po’ l’atmosfera.

Dicevamo del percorso, veloce, scorrevole e… a sorpresa il mitico Gebre ha deciso che la nuova passerella Alfa Romeo del Portello meritava il nostro passaggio ma non ha previsto le corde per arrampicarsi! non solo si passa sopra la circonvallazione ma anche sopra uno dei suoi tratti sopraelevati.
E’ stato il primo momento di difficoltà vera, vedere i corridori davanti a me decisamente in alto mi ha fatto vacillare, mi sono sentito in testa le parole del coach Matteo “sui tratti di salita vai su tranquillo, non sono quei pochi secondi che faranno la differenza” e mi sono ricordato delle scalate di Pantani, ecco io ero uno di quelli che arrancava dietro “andando su col suo passo”.

Ai piedi della discesa trovo Indy che mi aspetta, mi aveva promesso la scorta nell’ultimo tratto dopo la sua frazione di staffetta e puntualmente si mette accanto a me e mi controlla, mi pilota nel tratto della vecchia fiera e di corso Sempione, mi prende le bottiglie d’acqua ma soprattutto mi rassicura e mi sprona, “dai che stai andando bene”, “sei davanti”, “ora dobbiamo solo tenere” sono le parole che sento più spesso e che fanno il paio con le vocine “sono morto”, “non ce la faccio” e “ora mi fermo e cammino” che invece mi girano nella testa dal 38km e che dal 40esimo diventano una monotona litania complici le due salite che faranno da cornice all’arrivo.

Più mi avvicino al traguardo e più la voce di Indy si alza a sovrastare le altre, mi obbligo a stargli attaccato, a non perdere più di un passo, sono in difficoltà da almeno 10 minuti, gambe finite, fiato finito, testa finita, la salita dei bastioni sembra difficile come il Pordoi ma finalmente scolliniamo, resta la discesa e poi gli ultimi 195 dannati metri, sto ansimando come mai prima, sono 4km che ho un’espressione a metà strada tra un orco del Signore degli Anelli e uno zombie dell’Alba dei Morti Viventi.

Al cartello dei 42 Indy mi lancia “dai Dave, è tutta tua sta medaglia, valla a prendere!”, provo a spingere con le poche energie nervose che mi restano, ai meno 100 metri gli occhi si posano sul cronometro ufficiale e abbozzo un sorriso passando sotto il traguardo ma non ce la faccio nemmeno ad alzare le braccia. Dopo 40 metri mi fermo, dribblo un po’ di runners e mi accascio su una transenna dove vedo Silvietta che mi abbraccia e si complimenta, in quel momento comincio ad assaporare veramente la gioia, meno di un mese fa nella sua maratona un infortunio le ha tolto il traguardo e oggi è lì a gioire per noi.

Francio

Il dopo è un continuo incontro ed ogni persona con cui parlo mi fa riflettere sempre più sulla portata di quello che ho fatto, non tanto per il tempo in se quanto per tutto l’insieme. Mi accorgo davvero di quanto le persone che mi vogliono bene abbiano partecipato alla mia fatica negli allenamenti, quanto siano felici per me e riescano a trasmettermi l’emozione che hanno vissuto.

Medaglie
Si pensa che la corsa sia uno sport individuale, ma correre insieme ti rende parte di qualcosa di più grande, qualcosa che riesce a migliorarti più dell’allenamento che fai, più dei km che macini, più delle sessioni di tecnica e delle ripetute, e ti trovi seduto su una panchina mentre aspetti che ti riparino l’iPhone a guardare una coppia di signori che fa la spesa insieme e pensare che ci vorrebbe poco a godersi di più la vita.

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