E poi arriva il giorno in cui devi correre 14 chilometri, e ti girano le balle. Ti girano perché ci arrivi molto stanco e con una lunga serata davanti.

La giornata è iniziata alle sei, hai girato per Milano come un pirla a caccia di vino tra macchine macchinine corrieri SDA e slitte di Natale, e ora sei uno straccetto (non di manzo, ma comunque di carne). Non fa niente: devi ricaricare il telefono prima di partire per la corsa perché altrimenti ti mollerà senza che tu sappia come reagire. Quindi ti vesti, e stai come un pirla sul divano ad aspettare un renziano 40% (di ricarica) e intanto guardi Final Destination 3. Cerchi una scusa ma non la trovi, poi arriva il 40% atteso, ed esci. Fuori: la nebbia, l’umido, i cespugli secchi e le balle di fieno. Uno spettacolo da far west ma colmo di schifo. Il percorso… un disastro: 600 metri di anello. Fate voi i conti. Anzi li faccio io.

14 chilometri, 600 metri. In pratica, da ripetere 28 volte. In realtà dopo una certa ora in questa stagione puoi pure correre in mezzo al nulla, che non cambia niente. Un parco, una strada, una mulattiera, non farebbe differenza. Fa invece differenza una cosa fondamentale: la presenza dei cani. In Brianza, dove i superattici sono al secondo piano e le palazzine sfiorano al massimo i 7 metri di altezza, è pieno di giardini che di estate si affollano di grigliate e sangria, di cuba libre e spaghettate. Invece di inverno rimangono fuori solo i cani. E i cani sono dei rompicoglioni. Se non dei rompicoglioni sono giocherelloni, e come tali abbaiano. E io mi spavento. Mi spavento 5 volte ogni 600 metri per 24 volte. Poi a mia volta spavento una tizia arrivando da dietro. Insomma questa è la corsa del terrore. Tutto è più veloce, quando si avvicina Natale. Tranne me.

Vado lento, non ho voglia, mi chiedo se andare avanti sia la cosa giusta o meno. Ma sono tenace e me ne sbatto. Incredibilmente, dopo cinque chilometri con il freno a mano tirato mi lascio andare perché, dopotutto, mancano solo altri 9 chilometri. Poi mi pianto. Succede al chilometro 12.

Non è tanto il fiato, che non è mai mancato, quanto le gambe: diventano di legno, sono poco elastiche, reagiscono male al freddo e sembrano quei meccanismi arrugginiti sui quali l’olio non è mai abbastanza. Decido allora di fermarmi, e vengo subito attaccato da un freddo glaciale che mi si aggrappa alla maglia tecnica Nike a maniche lunghe. Chiedo cosa possa essere, e mi si raffreddano anche le mani. Entro in casa, e diventano gelati pure i piedi.

Faccio una doccia calda, e non mi passa. Ne faccio un’altra, ma niente. Mi copro con una tuta e una coperta, ma resto freddo. Riaccendo Final Destination e decido dribblando la sfiga che ho voglia di una coca cola. La bevo piano perché è fredda ma nonostante sia fredda mi riscalda. Digerisco. E mi chiedo perché. Perché ogni volta che corro è come se facessi il pranzo di Natale, e inizio a digerire quando termino la corsa? Con questo dubbio lascio il divano per vestirmi per la serata.

Mi alzo, e accenno un passo lungo. Le gambe mi ricordano perché ho smesso di correre al dodicesimo chilometro e non al quattordicesimo. Run-collo ma non mollo comunque. Anche verso la stanza. (Lo zio) Tom vuole me, e non posso restare a casa.

Tutte le puntate: Run-collo

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