LUCA

Prendi una tabella, fai le ripetute, poi il lungo, poi hai il fiatone ma c’è il giorno di riposo, poi gli allunghi, i bislunghi e i trislunghi.

Io al massimo prendo la tabella, la tratto male, lascio che mi aspetti per ore. Non mi faccio vivo, e quando la chiamo, lo faccio come fosse un favore.

In realtà la tabella il favore lo fa a me, ma avendo ripreso a correre (banalissimi sei chilometri), finalmente, dopo due settimane di stop bronchitico, mi sono reso conto che solo i chilometri che fai non stufano. Il resto stufa, tutto.

Prendi gli attentati di Parigi: sui social network diventano una menata assurda.
L’attentato dura un’ora? Sui social si protrae, secondo uno schema preciso: 1. che cazzo è successo??? 2. bastardi 3. je suis charlie 4. nessuno di noi è charlie 5. io non sono d’accordo che nessuno di noi sia charlie. Giorni passati dall’attentato: diciotto.

E arriva sempre il ritardatario, quello che Facebook ce l’ha ma lo usa solo per spaccarci le palle con i suoi PB o è un generico monotematico dell’azione, che dice che anche lui è charlie. A quando le t shirt da running con scritto Je suis Charlie?  E’ una banalizzazione.
In realtà, però, i fanatici online ci sono, eccome, tanto che i social network diventano, più che luogo di condivisione, terra di conquista.

Ogni giorno vengo invitato a centodue allenamenti di corsa, a ventotto banchetti di groupon, all’acquisto di biglietti aerei per il guatemala, ma mai in posti che mi interessi veramente frequentare. Ah, ovviamente evita di postare foto di tuo figlio su Facebook, che poi gli appiccichi addosso un’identità informatica che potrebbe scalfirne l’essenza negli anni a venire. La verità è che avete veramente rotto i coglioni.
Nessuno ha niente da nascondere, quindi le paranoie sono solo per chi deve nascondere qualcosa. Ho pensato a tutte queste cose mentre tornavo a correre, e sono contento di sembrare imbruttito anche quando corro. Quando corro non ho bisogno di menarmela, di sorridere: possono beatamente girarmi i maroni. Ecco perché non corro con altre persone, ecco perché non accetto uno dei centodue inviti per la montagnetta di San Siro. Cazzo, sono di Milano, mi fa schifo la salita: io la montagnetta la guardo solo da lontano mentre vado a sentire un tributo a Pino Daniele (a proposito, grazie ai centoventi amici che hanno postato Napule è su Facebook). Imbruttito, oggi va così.

Trasformare la corsa in uno sport di squadra può andare bene fino a quando non diventa un veicolo per vendermi qualcosa, che sia una maglietta, un’appartenenza, un credo, la presa di posizione in una faida per chi non ha niente da fare. La corsa, per me, non può diventare un lavoro. Un lavoro già ce l’ho, e per quanto ammirevoli siano gli obiettivi di tanti amici, credo che sia molto distante dal mio modo di pensare la disciplina necessaria per raggiungerli.
Non è un fatto di pigrizia, e nemmeno un discorso legato al clic che ti salta in testa quando vuoi ottenere qualcosa. Semplicemente, è più un fatto di gestione del tempo. Non ho tempo di dire Me ne vado da Facebook. Se voglio, me ne vado direttamente. Non ho tempo di dire quanto siano merde quelli che non fanno come me. Se voglio, li ignoro. Non ho tempo di diventare un fanatico del running.
Ben venga per chi lo può diventare, o per chi ha scelto di farne una professione. Preferisco sempre godermi il post corsa con gli amici scassandomi di birra. So che possa sembrare il tipico approccio della volpe e dell’uva, di chi, non riuscendo a raggiungere obiettivi nobili, parla male di tutto il resto. Ma in realtà leggete bene tra le righe: fate pure il miglior tempo sulla maratona dentro l’acqua nuotando su una bici-sommergibile. Beati voi!
Sono molto felice per voi! Siete i miei miti! Ma finitela di intonacarmi i maroni. Abbiamo capito che siete fighissimi! Se non lo foste, non sarei vostro amico. Cazzo.

Io continuo nel Run-collo, e non mollo. Voi però mollatemi…


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3 COMMENTI

  1. “Quando corro non ho bisogno di menarmela, di sorridere: possono beatamente girarmi i maroni. Ecco perché non corro con altre persone, ecco perché non accetto uno dei centodue inviti per la montagnetta di San Siro. Cazzo, sono di Milano, mi fa schifo la salita”. Qui ho fatto la standing ovation. Numero 1.

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