Ho sempre un grande dubbio, quando corro e incrocio podisti che mi vengono incontro. Non so se salutare o  farmi i fatti miei.

saluto

In Brianza, così come a Milano, tendenzialmente ognuno guarda dritto senza prestare attenzione; nel resto del mondo, ma correggetemi se sbaglio, ci si saluta, magari si scambiano due chiacchiere, e a volte si prende pure un caffè.

Il fatto è che io alzo la mano, sempre, anche solo per ringraziare del soccorso che da lì a breve potrei ricevere causa infarto.
E invece non ricevo mai un saluto in risposta, e allora mi si innesca il solito meccanismo di morte augurata al prossimo.
La conclusione è presto fatta: odio anche chi corre.

Non solo perché generalmente gli altri vanno più veloci di me, ma perché leggo una mancanza di rispetto verso un gesto di eleganza, come non ne esistono più.
E’ come quando mi fermo in macchina ai passaggi pedonali per far passare la gente.
Se non vengo ringraziato, per ogni nonna penso che amen, tanto è una delle ultime passeggiate; per ogni uomo penso che da lì a poco sarà tradito dalla moglie; per ogni donna penso che a breve scivolerà battendo la testa.

Sono pensieri sbagliati, me ne rendo conto, ma questo pensare in maniera malata mi aiuta a non riflettere sulla corsa che sto facendo.
A proposito: parliamo dell’ultima corsa.

Ho provato a vestire i panni di mia moglie, che come sapete ha appena chiuso la sua prima maratona.
Dopo un minimo di stretching, ho accennato passi intorno ai 5.55 al chilometro.
Se avessi avuto uno straccio, lo avrei buttato per terra e mi ci sarei adagiato sopra in attesa del San Bernardo con la fiasca di whisky.
Eh ma che ritmo! Eh ma come sono lontano da quei ritmi! Eh ma come si fa a mantenerlo per 42 chilometri? Che esagerazione!

Però che figata! Le gambe hanno girato bene per un chilometro e mezzo, e ho scoperto che se corri veloce ti arriva l’aria in faccia!

AriaFaccia

Rivoluzione copernicana, per chi come me vive nell’immobilismo cosmico.
Altri sette in cascina. Procediamo per piccoli passi.

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