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Run-collo, ma non mollo. 6ª puntata

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Quando si sono spente le luci dei lampioni nella piazza del mercato di Giussano, ho pensato che il Comune volesse difendermi dagli sguardi indiscreti delle tante macchine che passavano di lì mentre mi trascinavo nella corsa. Poi in realtà si è spento tutto il resto, ed è stato solo un blackout. Nel momento in cui è successo, però, ho pensato che, come i commercialisti, anche gli impianti elettrici avessero un’anima. Mi sbagliavo. La piazza del mercato non sa di pesce marcio, stavolta, e c’è una ragazza molto esile che cammina piano piano nell’anello interno. Ho passato mezz’ora della mia corsa, vale a dire circa 12 giri della piazza, a capire cosa stesse facendo. Non ci sono riuscito.

Né sono riuscito a vederla in volto. Un po’ la colpa è stata mia: complice la pioggia, vestivo un cappellino per riparare gli occhiali da vista (che altrimenti finisco a Triuggio): nobile tentativo, ma somigliavo a un benzinaio della provincia americana, senza uno scopo nella vita, stile Non è un paese per vecchi. Qui di vecchi nemmeno l’ombra quando piove, in compenso cani a manetta. Fortuna che c’è l’area attrezzata, e non mi scambiano per un pollo del Gigante, o un pollo gigante e morta lì. Sono stato in dubbio se uscire o meno per l’intero pomeriggio, poi non ho avuto più alibi. Sono uscito: è iniziato a piovere.

La legge di Murphy può ampiamente essere applicata alla mia preparazione: se qualcosa deve andare storto, ci andrà, e i margini di intervento sono piuttosto blandi. Ieri sembravo una di quelle case del mare, dove vai e accendi lo scaldabagno ma la fiammella sta accesa solo se tieni premuto il pulsante, senza vivere di vita propria: esattamente come me, ingolfato da non so cosa, che mi accendevo a ritmi convincenti, sì, ma per non più di 3-400 metri.

E’ come se fossi il motorino di avviamento di una Fiat 500 senza l’aria tirata, come un Ciao Piaggio in riserva, costante. Il segnale che qualcosa non stia andando per il verso giusto me lo dice la fine della corsa: provo il solito sollievo per essere uscito, ma limitatamente al fatto che non dovrò più correre per due giorni. E in più, continuo a ruttare: sommessamente, che non sia mica trogloditi, eppure sto digerendo non so cosa, visto che ho mangiato ore e ore prima, e per di più leggero. Il mio fisico mi sta dicendo che non è l’approccio giusto, o forse è una negazione del cervello, che entra a gamba tesa sul fisico suggerendo di fare altro. Fisico e cervello però la devono smettere di rompere i coglioni. Lo so anch’io che questo non è, né sara mai il mio sport. Io dovrei nuotare, nuotare, nuotare, e poi una volta finito dovrei ricominciare a nuotare. Ieri sera l’ho fatto. A Giussano c’è il mare, un mare chiamato pioggia, in una piazza del mercato trasformata in Colosseo pieno d’acqua per la battaglia navale. Ma ero l’unico partecipante, l’unico natante, senza materassino e con un motore ingolfato. Amen, sticazzi, non fa niente.

Come dice Diana, queste corse servono a fare fondo. Io fino a ieri conoscevo solo il fondo alcoolico per preparasi agli addii al celibato. Ora invece Run-collo, ma non mollo.

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